mercoledì 29 aprile 2020

melapple, 2019


Caterina
era
Mela
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Caterina
era
persona
era
Caterina
sono
io
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altro


Caterina
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Apple
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Caterina
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Caterina
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29.04.2019

 Foto: Yalin Cao

giovedì 23 aprile 2020

morte di una vicina di casa, 2020


Sono morta una settimana fa. Mi chiamavo come lei. Si chiamava come me.

Mi hanno trovata a letto il mattino presto. Non che dovessi andare a lavorare, ma qualcuno si aspettava di vedermi in piedi. Dovevo svegliarmi per vivere. Invece no. Basta così.

La morte ormai mi era vicina. Era la mia vicina di casa. Aveva trascorso la vita in servizio. Servizio alla terra, servizio alla piazza, servizio al cimitero, servizio alla Terra.

Come sta mia sorella? L’hai vista di recente? Mi preoccupo che si senta un po' sola. Sta mangiando il gatto? E le piante le innaffia?

Caterina, svegliati! Scitati Catalì! Come se l’avessi sentita quella voce. Come se l’avessi vista la morte nello sguardo. La morte nel sorriso di un volto che è già altrove. Stavo di fronte a lei, io seduta al tavolo, lei su una seggiola di fianco al caminetto. E lu oi un cioccolattinu? Chiedeva mia sorella. Ma lei no, lei mi fissava come se vedesse il passato di un futuro non lontano. Mi parlava, mi domandava, ed io sorridevo. Era bella come una bambina.

Davanti a me anni di irrispettosa noncuranza per un passato che ignoravo. Abitudini astruse come la parola ‘astruso’. Cosa significa dedicare qualche ora della mia esistenza, giorno dopo giorno, a parlare coi morti? Chi me lo fa fare? Sono ancora in forma io! Perché dovrei uscire sotto il fiero sole col fazzoletto al capo per abbeverare le tombe altrui se nessuno mi dà acqua gratis a me?

Nei suoi occhi il futuro di conversazioni con la morte. Le sento. Quando risuoneranno in lei, ricalcherà i miei passi sulla strada che porta al campo santo. Non avere paura, Catalineddha!

La mia vicina era la casa. Cosa significa essere vicini di qualcuno? Convenzioni. Volersi bene e non dirselo, perché non si sa come. Non sopportarsi e non dirselo, perché si sa come. Abitudini.

Ero una vicina a metà. La vicina dell’estate, delle vacanze in paese. Dapoi iddha si ni torra in zitai, e chi s’è visto s’è visto. Ed io non la vedevo, spesso non passavo a visitare quando potevo, perché cosa avevamo da condividere se non un saluto e due come stai. E crescevo nell’individualismo che ci fa sconfiggere la morte. E cresceva la sua stima nei miei confronti. Sono giovani!

Un giorno, che era troppo tardi, si accorse di me. Si accorse che ero una dei pochi paesani rimasti in paese. Una sorta di riverenza si dipinse nel suo sguardo che mi accarezzava di domande sul mio passato in campagna, che cosa vuoi che mi ricordi io di quelle capre?! E comunque, anche se lo ricordassi, che cosa vuoi che capisca tu di campagna con quelle mani?! Dai, piddhati l’oa di pasca chi mi n’accuntentu!

La demenza senile, la disinibizione, l’animismo che suppongo, l’essere troppo tardi per noi in questa vita. Ciò che dovevamo condividere l’abbiamo avuto. Il messaggio è passato attraverso: adesso viene la decodificazione. Per un attimo ho creduto di poter trovare il senso di un’esistenza nell’arco dei miei anni. Invece no. Basta così.

Sono morta in corrispondenza dell’inizio della quarantena. Al cimitero ci sono andata, come sempre, in punta di silenzio. La tristezza per chi è? Coriccina me’ sureddha!

Foto: Michał Krawczyk

mercoledì 1 aprile 2020

quando i problemi erano altri, 2015


Vado in bicicletta una sera d'agosto duemilaquindici e vengo pervasa dall'odore del benessere. Odore che mi accompagna fin dall'infanzia. La strada tiepida smossa dalla brezza degli alberi che diffonde – oltre alle voci dei passanti – profumo e odore. Profumo di fiori che abitano aiuole appena annaffiate. Profumo di piante bagnate dal canale. Profumo indossato da persone che passeggiano d'estate – le loro abbronzature ricoperte dalla crema doposole, la loro pelle bianca avvolta da essenze dolci, forti, penetranti. E poi odore di cena – servita sui piatti dei numerosi ristoranti, osterie, pizzerie, baretti e fastfoods che costellano il centro della città. È un odore di buono, invitante e convincente, un piacere dell'olfatto che anche chi non sta cenando può apprezzare lungo la strada – avendo la pancia piena... sentendosi bene, rassicurati dalla nostra vita comoda e divertente che di sé fa bella mostra durante questa stagione.
Allora penso: stando così protetta, con potenzialmente tutto a portata di mano, non ho forse l'incombente dovere di prendermi cura di questo benessere? Non dovrei magari smettere di darlo per scontato? Non è forse un diritto da garantire a chiunque? Così, oltre che dall'odore, vengo pervasa dalla convinzione di Avere il Dovere di Scoprire come si vive in alcune altre parti del mondo, in quei posti che al nostro benessere contribuiscono da troppo tempo. Per curare ciò che si ha, bisogna capire ciò che si potrebbe perdere. Per capire, bisogna conoscere e sapere.

Inizio conoscendo i vicini. Per esempio: chi vive ad est dell'Italia?
Oh, già. Ci sono i paesi balcanici. Ecco, proprio loro. Attraversarli alla povera è abbastanza complicato e pesante – considerati gli standard di modernizzazione vantati dall'Europa (o dall'unione europea?) –, seppur piacevole. Il territorio interno è bellissimo senza esagerazione, la costa lo è altrettanto, ma... MA. Lungo la strada si vedono situazioni di disagio sociale ed economico da non tralasciare. Situazioni o condizioni che non rappresentano l'idea d'Europa costruitasi nell'immaginario comune di quelli che stanno bene come me. Da non tralasciare soprattutto perché queste nazioni sono ora il palcoscenico itinerante della rotta balcanica: il movimento migratorio che vede i Balcani protagonisti del passaggio di migliaia di persone in transito verso il nord e l'ovest Europa. Luoghi che si stanno ancora riprendendo dalle guerre degli anni '90, oggi sono chiamati ad organizzare il cosiddetto corridoio umanitario ovvero un passaggio privilegiato per tutti i migranti diretti verso mete migliori. Proprio per tutti? Non è così semplice e ci rendiamo conto giorno per giorno che esistono i migranti di serie A e quelli di serie B. Poi ci sono le guerre lontane, c'è il terrorismo vicino, l'Isis e le intolleranze malcelate e allora si alzano i muri, si monta il filo spinato, si fanno riunioni, si discute e le frontiere si chiudono insieme alle nostre menti.
Scendo giù, sempre per esempio: in Grecia. Sappiamo tutti, soprattutto noi europei, del suo stato di crisi. Eppure andando a visitare la sola capitale si schiariscono le idee delle informazioni. È così: la crisi c'è ed è pure nera. La res publica sembra essere stata dimenticata o aggredita malamente. Macchie di intensa meraviglia in una pozza di degrado. Voci interessanti sussurrate ad una città che non ha tempo di ascoltarle. Le banche chiuse, gli edifici vuoti in centro, le case abbandonate, i graffiti che ricoprono qualsiasi muro indiscriminatamente. C'è da sorprendersi per la chiusura del confine con la Macedonia? Forse sì, forse no. Forse no! Una nazione allo sbaraglio, che da un lato organizza – tramite lavoro volontario – un ottimo campo di prima accoglienza nella periferia di Atene, dall'altro decide di trincerarsi dietro la paura. La paura, esattamente lei quella che ci sta attanagliando.
Ritorno in Italia. Oggi, in una città di quasi confine, due ragazzi si svegliano la mattina per andare in un edificio istituzionale a ritirare un documento personale. Fuori fa freddo, non come nei giorni scorsi, ma meglio è stare dentro. Fuori c'è una fila di persone. Sì, sono proprio persone quelle che aspettano una dietro l’altra per adempiere a quei doveri propri dell'immigrazione. Ma ecco che i ragazzi, per il semplice fatto di aver pronunciato una frase in inglese, detta per aiutare una poliziotta in difficoltà comunicativa con Le Persone, vengono bloccati con richiesta di mostrare i propri documenti identificativi. La domanda è: perché? Perché è una mia facoltà, dice lei. Dicono loro, sì ed è un nostro diritto sapere perché. Nulla da fare. Si finisce all'interno a discutere di aria fritta. Le buste della spesa vengono scambiate per cibo da consegnare “ai profughi,” i ragazzi stanno mentendo perché pare non dovessero ritirare alcun documento, vengono definiti abili conversatori di una lingua straniera che non è l'inglese e che servirebbe, si dice, per comunicare con le persone in fila fuori. Vengono infatti nominati conoscenti di quelle persone, addirittura amici. La loro conoscenza della lingua straniera raggiunge livelli accademici, tanto da essere chiamati interpreti. L'atmosfera si fa tanto preoccupante quanto ridicola. La capoufficio va a verificare se il suddetto documento esista. I due vengono rilasciati. La domanda resta: perché?
Perché questo può accadere? In un nazione che si definisce libera, una nazione dove quelle persone in fila cercano di essere accolte anche per il raggiunto valore della libertà. Invece, ad accogliere viene il pavimento freddo di un sottopassaggio, mentre per strada c'è chi si interessa di più del maglioncino per il proprio cane. E pensare che siamo nella parte d'Europa che rientra in quel bell'immaginario comune di benessere economico ed intellettuale da nobel per la pace. L'unione europea ha il secondo pil più alto al mondo, di cosa o chi abbiamo realmente paura? Se solo fossi riuscita a far comprendere a quella poliziotta che tentavamo di aiutarla.
Adesso la questione è: questo può accadere e accade. Quindi, oltre a conoscere i vicini, mi dico, dovrei ricordarmi dei miei connazionali e di come loro possono intendere la libertà. Ognuno diversamente. Moltitudini che non so.

Queste considerazioni vagano per la mia mente ora sconnesse ora legate da profonde convinzioni che un momento dopo sono già crollate.

Udine, 10/12/2015
 Foto: Monika Godlewska